Quanta intensa nostalgia di Mario. Amico mio amico mio amico mio quanta fatica.

Quanta intensa nostalgia di Mario. Amico mio amico mio amico mio quanta fatica.

...e LE OMBRE...
ma alla fine, ti accorgi che puoi essergli stata amica quanto vuoi, puoi avere scacciato via la stanchezza di tante ore notturne, pur di rimanere ancora un po' a parlare, o a ridere, o a soffrire insieme ad un amico con il quale senti di essere cresciuta. Un amico che prenderà per sempre un posto nella tua biografia. Come dire: nella mia vita hanno contato e stanno contando molto una madre, un padre, una nonna che aveva il mio stesso gusto per la casa piena di gente e di vita, un nonno materno morto troppo presto, ma che credo abbia lasciato in tutti i suoi discendenti, me compresa, l'amore per l'intelligenza finalizzata al miglioramento più del mondo che del proprio prestigio personale, e da lui discende anche un'ombra di malinconia dolce (che si nasconde negli occhi), ma sempre ben fronteggiata. E poi un marito che mi ha accompagnata nell'esperienza del diventare mamma, e successivamente in quella dolorosa ma di crescita anch'essa, la separazione. E questi adorabili figli Sebastiano e Fiammetta, che io dico con fierezza che sono meglio di me in tutto, (sì insomma non esageriamo!) , e le mie care amiche, la Deli e la Zeynep, e tante altre così tutte importanti, e amici uomini, con i quali ho scoperto il gusto delle confidenze raccontate fra il serioso e l'ironico e la voglia di capire come siamo e pensiamo e sentiamo diversamente da loro noi donne, e come è bello che sia cosi. E le persone che mi hanno permesso di formarmi (Mauro Wolf per il giornalismo, ma anche maestri delle elementari o delle medie, o delle scuole superiori. E poi Luciano Di Pietra, che nel suo tempo libero insegnava gratuitamente a noi (la sua "scuoletta") 5-6 giovani donne svizzere l'intero programma in pochissimi mesi per arrivare come privatiste all'esame di maturità, verso i 30 anni. L'esame italiano, poichè per quello svizzero non c'erano speranze di farlo lavorando a tempo pieno. E le vicine di casa diventate amiche, la Laura, la Daniela. E le amiche che non si sono più, la cara amica con il mio stesso nome e la Danielina, che mi diceva che guardare i miei occhi quando parlavo ( e ancora adesso, lo so...) di Bruno era la prova perfetta che l'amore esiste. Bruno, il solo amore veramente degno di questo termine. E le nuove bellissime amicizie conosciute nei blog, la Zena la Leti , e Veraaaa, ma tante altre, e altri, e l'incredibile Clara "fiordiloto" che sapeva di dover morire presto, e voleva tuttavia afferrare il suo destino con una giusta dose giornaliera di allegria, perchè in lei era innato, questo amore freschissimo per la vita, ad ogni costo, anche fra le corsie d'ospedale, fra esami e cure dolorose. E Giovanni. E Mario.Le mie sere e notti a digitare la vita con loro, sapendo che nelle pieghe del bracciolo sinistro del divano di pelle (dove io sono seduta quando scrivo al computer) si trovava nascosto un pacchetto intero di kleenex, perchè non si poteva mai sapere quale pezzo di vita avremmo condiviso in quei lunghi momenti di cavernosa ricerca di noi. E qualche volta l'amico Oracolo I King a portata di mano, per permettere all'amico lontano di consultarlo per una decisione importantissima e difficile da scovare dentro di lui. E tanto affetto, tanto tantissimo e profondissimo affetto.
Tutti pezzi preziosissimi della mia biografia personale.
E se qualcuno fra questi cari amici ci lascia, ti rimane lo schermo vuoto, e di là da questo...il silenzio. O poco, pochissimo brusìo. E scopri di essere, tu amica "solo virtuale", così tanto rimasta fuori dal loro mondo fisico , che puoi persino misurare il tuo valore "reale" nel rango gerarchico che ti viene affidato al momento della distrubuzione delle informazioni sulla persona cara che non potrai mai più sentire. E magari assistere ad un balletto invisibile di ahhaha io lo so, (par di sentirla....) e tu no, io lo so dove è sepolto tu non lo sai. Io no, infatti. Io non lo so dove è sepolto Mario, questo nome che giustifica il gonfiore costante delle mie palpebre in questi giorni, e a questo punto sono io che chiedo che non me lo si dica. Lo sto affidando, questo caro amico ora morto, ad una stella che appare ogni tanto luminosissima sopra le mie montagne. (che sia Venere? Perchè no, il pianeta dell'amore) Ma non mi si venga a dire che non c'è -anche-un po' di disumanità, in queste faccende di amicizie virtuali.
È così quando muore (basta sinonimi....) una persona che ti è cara, dalla quale hai ricevuto tanto. Ti chiedi dov'è dov'è dov'è adesso, dov'è??????
E dover sopportare di non avere risposte, e doversi accontentare del pianto, perchè è quanto puoi fare per permettere al tuo corpo di sentirsi tutt'uno con l'anima, che si sente frantumata.
Se il mondo fosse soltanto materia, quella fine sarebbe soltanto una fine, nient'altro che la fine di una vita. Ma non siamo solo materia, e abbiamo abbastanza intelligenza per capire che non ci basterebbe mai nemmeno la somma di tante inelligenze eccezionali, per comprendere tutto il mistero che avvolge il nostro mondo sensibile. Non illudiamoci allora di anche soltanto immaginare il mondo che aspetta le vite che hanno compiuto il loro passaggio qui con noi. Ma senza sapere, e senza immaginare, cos' altro abbiamo per darci una risposta che sia almeno un po' consolatoria?
Mario mi manca, e la sola cosa che posso sperare (oltre alla promessa serissima che ci siamo fatti e che indubbiamente manterrà ), è che il suo spirito sia rimasto vicino a noi, non importa in quale forma, mi basta sapere che dopo il lungo tempo delle lacrime (destinato anch'esso a finire, è la vita che lo vuole....), io potrò pensare a lui serenamente, e immagino che sarà come sentirmi accanto ad uno spirito che mi è e mi sarà per sempre immensamente caro, e mi darà ancora consigli, e mi ascolterà e mi parlerà. E sorriderò e riderò pensando di farlo con lui. Con il mio grande, incredibile amico Mario.
Ma adesso tutto questo non c'è, i miei occhi vedono soltanto il vuoto e la mia mente si rifiuta di pensare oltre. Il dolore oggi non lo sa che il tempo lentamente si muove. Non ci crede neanche un po'.
Ma se la mia tristezza può raggiungere una così oscura profondità, in quale abisso può trovarsi, in questo preciso momento Mariano, che lo ha amato come sa amare un padre? Il tempo, o l'infinito, o forse Dio, ha però pietà di chi sa accettare il destino di dover entrare negli abissi più oscuri e spaventevoli, e sa donargli dolcemente, anche se una sola piccola goccia al giorno, la forza di ritornare alla bellezza della vita.
È il mio augurio a Lei, mio caro Signor Mariano. Con il mio abbraccio e con le mie lacrime, che hanno accompagnato parola per parola questo breve scritto.
Mirella

Affinché questo uomo non sia solo a remare, e non s'allontani troppo. Perchè aspetto il suo ritorno.
Solo un'immagine, per tornare qui, da sola, in questo blog solitario a ripensare ad un amico di nome Giovanni.
Leggo da Roberto Carnesalli un articolo di Furio Colombo.
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premessa: le immagini non c'entrano, non sono riuscita a cancellarle. INGREDIENTI (per 8-10 persone) piastra da forno rettangolare (quella che si usa di solito per la torta di mele) |
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LETTERA DI ETTORE MASINA, maggio 08
Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi) i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.
Il Papa, tutto questo, non lo sa. Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz, con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere meno sensibile ai provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.
Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?
Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.
Cristo si è fermato in piazza San Pietro?
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E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?
Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un peso tanto grande sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è in paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.
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Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.
Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma, e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere.
Il carcere come unico apprendistato?
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Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità.
Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?
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La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.
Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”.
Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.
Ettore Masina
(L'Unità del 5 novembre 2006)
Editori e giornalisti di Furio Colombo
(..)
Ci sono giornalisti che fanno finta di non vedere, perché stanno percorrendo una loro strada diversa (per esempio «il quotidiano di proprietà dei giornalisti»). Tutto giusto, se questo fosse una normale, antipatica, difficile disputa economica, quanti soldi in più per questo o per quello. Ma questa non è affatto una disputa economica. La questione che stanno ponendo gli editori italiani - o almeno chi li guida - è molto più seria e radicale, e dovrebbe riguardare tutti coloro che sono coinvolti in questo mestiere, se non altro come cittadini. Dovrebbe riguardare (se ci fossimo spiegati e ci fossimo fatti capire) tutta l'opinione pubblica. La questione è questa: con l'immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c'è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile.
Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile, simile a quella delle fabbriche elettroniche, in cui conta più l'agilità delle dita che la qualità della testa (anzi, conta solo l'agilità delle dita). E dunque del "giornalista professionista" - come noi amiamo pomposamente definirci - non si sente più alcun bisogno; e tanto vale usare questa battaglia contrattuale per dirlo adesso e concludere un capitolo durato fin troppo a lungo nella storia dell'editoria. *** Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c'è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete. Quanto a editoriali, corsivi e commenti, bastano e avanzano piccoli gruppi di punta affini alla proprietà. E il ricco mercato di voci disponibili nelle professioni umanistiche, economiche, scientifiche. Il mercato (la domanda) individua, seleziona, premia quelle voci. E dunque si forma abbastanza rapidamente un serbatoio sicuro al quale attingere.
(..) La funzione "terza" del giornalismo non interessa più. Meno che mai il prendere posizione, sia pure argomentato e provato, di giornalisti competenti, a mano a mano che le varie materie del contendere fra opinione pubblica e governo arrivano sui tavoli del dibattito pubblico. In questo caso, anzi, il giornalista già legato da un rapporto di fiducia con i lettori è una palla al piede, se per caso dissente dall'editore. E non puoi neanche immaginare un equipaggio fisso di bravi e competenti e noti giornalisti, disposti a seguire quell'editore in tutte le sue battaglie. Perché quelle battaglie possono durare un anno o un giorno, possono svanire con un accordo di cui non sappiamo nulla, possono continuare, ostinate, per un periodo protratto che chiederà interventi pesanti e ripetuti.
Vorrei a questo punto che i lettori si rendessero conto di due aspetti di questo scontro violento e difficile che sto descrivendo fra coloro che chiamerò "gli editori di adesso" e coloro che mi sembra giusto definire "i giornalisti di una volta", ovvero coloro che si erano abituati a seguire il percorso della loro competenza e della loro esperienza. V
orrei anche che questo modo di descrivere le cose non sembrasse una celebrazione. È un fatto, però, che gli spazi hanno cominciato a restringersi drasticamente a seguito di una serie di movimenti sismici in tutta l'area della notizia. Interessi vasti e importanti si sono spostati verso i punti caldi dell'editoria. I punti caldi dell'editoria si sono addossati al potere economico. Il potere economico a volte è, a volte non è, un governo o tutto un governo. Ma chiede di essere rappresentato in modo vigoroso e istantaneo. Come se non bastasse, in alcune parti del mondo (prima di tutto in Italia) vi è stata un'aperta invasione di campo da parte di un'immensa ricchezza direttamente nell'area delle notizie, con l'effetto di impastare insieme un impero finanziario, un impero mediatico e uno schieramento politico. Però, per una volta, non è del conflitto di interessi di Berlusconi che intendo parlare - anche se, come molti, mi rendo conto del colpo che Berlusconi ha inferto alla già debole e delicata struttura del rapporto fra potere economico, editoria e giornalismo. Intendo prestare attenzione al problema in generale. Quel problema non nasce in Italia. Ricordo, al tempo in cui insegnavo giornalismo alla Columbia University (negli anni Novanta), la mia meraviglia quando ho appreso dell'esistenza di un «Comitato per la difesa dei giornalisti». Quel Comitato era coinvolto in molte situazioni drammatiche (l'arresto immotivato di un giornalista in un Paese, la scomparsa improvvisa di un giornalista in un altro). La base dell'esistenza del Comitato, però, si fondava su una definizione di rispetto e autonomia della professione, sulla realistica accettazione della qualità fastidiosa del mestiere, e sulla necessità di un monitoraggio continuo, più per garanzia del principio che per necessità urgente di intervento. In pochi anni la situazione è cambiata. L'assassinio di Anna Poliktovskaja a Mosca ci ha indignati, ma non ci ha sorpresi, tanto più che, nella sola Mosca, due altri giornalisti sono stati assassinati in due settimane.
La Poliktovskaja aveva scoperto, descritto e documentato i delitti e le stragi delle truppe di Putin in Cecenia. Evidentemente anche gli altri - quelli uccisi prima, quelli ucciso dopo di lei - si sono scontrati con zone di potere che non hanno alcuna intenzione di subire il disturbo delle informazioni. È stato il destino di Antonio Russo, di Ilaria Alpi, un destino preceduto dalla scomparsa di coraggiosi giornalisti italiani in Sicilia. La differenza tremenda è che giornalisti come De Mauro e Fava sono stati vittime del potere perverso e avverso della mafia. Adesso invece la perversione di eliminare i giornalisti viene dal centro di un potere riverito e ammirato dagli altri poteri del mondo.
(..) Come spesso accade, il percorso italiano sembra essere meno drammatico. Si chiede solo meno professionismo (l'età si porterà via un bel po' di persone scomode, che insistono sui questa storia dei doveri morali della professione) e più precariato, un bel rimescolamento di carte, con tanti ragazzi e ragazze a ore che tagliano e incollano, o vanno in onda disinvolti e gradevoli a leggere strisce di notizie preparate da poche agenzie del mondo. Completate la scena con la gestione accorta delle voci autorevoli raccolte su piazza (le voci degli editorialisti e dei commentatori) da cui, di volta in volta, si può ottenere tutto e il contrario di tutto, considerato che sempre meno gente ha fatto la Resistenza e sempre meno gente la mette giù dura con i principi irrinunciabili della Costituzione. Dubito - ma lo ha già detto chiaro il direttore di questo giornale - che si possa continuare a difendere il giornalismo con più scioperi.
Il dramma si è già consumato prima, quando tanti colleghi, negli anni di Berlusconi, si sono sforzati di non sapere, di non vedere, di non criticare.
Vi ricordo, per tutti, il giorno triste in cui un bravo e serio conduttore di un apprezzato e apprezzabile programma Rai mi ha invitato fra i suoi ospiti. In quell'occasione ho detto che «Berlusconi è una barzelletta che cammina», modesta affermazione polemica, assai più mite di ciò che ogni giorno Maureen Dowd o Paul Krugman scrivono di Bush sul New York Times. Vi ricordo che il bravo e serio conduttore della televisione di stato ha chiesto scusa ai telespettatori per la mia affermazione, come se si fosse trattato di una bestemmia.
(..) manchiamo tutti. Non sarebbe meglio ripensare al destino della libertà di stampa? Riusciremo a salvarla, mentre essa si deteriora quasi ovunque? Per quanto riguarda i giornalisti, tutto ciò che resta del futuro comincia da queste domande. O finisce qui.