mercoledì, 18 febbraio 2009

Quanta intensa nostalgia di Mario. Amico mio amico mio amico mio quanta fatica.

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venerdì, 19 dicembre 2008

...e LE OMBRE...

ma alla fine, ti accorgi che puoi essergli stata amica quanto vuoi, puoi avere scacciato via la stanchezza di tante ore notturne, pur di rimanere ancora un po' a parlare, o a ridere, o a soffrire insieme ad un amico con il quale senti di essere cresciuta. Un amico che prenderà per sempre un posto nella tua biografia. Come dire: nella mia vita hanno contato e stanno contando molto una madre, un padre, una nonna che aveva il mio stesso gusto per la casa piena di gente e di vita, un nonno materno morto troppo presto, ma che credo abbia lasciato in tutti i suoi discendenti, me compresa,  l'amore per l'intelligenza finalizzata al miglioramento più del mondo che del proprio prestigio personale, e da lui discende anche un'ombra di malinconia dolce (che si nasconde negli occhi), ma sempre ben fronteggiata. E poi un marito che mi ha accompagnata nell'esperienza del diventare mamma, e successivamente in quella dolorosa ma di crescita anch'essa, la separazione. E questi adorabili figli Sebastiano e Fiammetta, che io dico con fierezza che sono meglio di me in tutto, (sì insomma non esageriamo!) ,  e le mie care amiche, la Deli e la Zeynep, e tante altre così tutte importanti, e amici uomini, con i quali ho scoperto il gusto delle confidenze raccontate fra il serioso e l'ironico e la voglia di capire come siamo e pensiamo e sentiamo diversamente da loro noi donne, e come è bello che sia cosi. E le persone che mi hanno permesso di formarmi (Mauro Wolf per il giornalismo, ma anche maestri delle elementari o delle medie, o delle scuole superiori. E poi Luciano Di Pietra, che nel suo tempo libero insegnava gratuitamente a noi (la sua "scuoletta") 5-6 giovani donne svizzere l'intero programma in pochissimi mesi per arrivare come privatiste all'esame di maturità, verso i 30 anni. L'esame italiano, poichè per quello svizzero non c'erano speranze di farlo lavorando a tempo pieno. E le  vicine di casa diventate amiche, la Laura, la Daniela. E le amiche che non si sono più, la cara amica con il mio stesso nome  e la Danielina, che mi diceva che guardare i miei occhi quando parlavo ( e ancora adesso, lo so...) di Bruno era la prova perfetta che l'amore esiste. Bruno, il solo amore veramente degno di questo termine. E le nuove bellissime amicizie conosciute nei blog, la Zena  la Leti , e Veraaaa, ma tante altre, e altri, e l'incredibile Clara "fiordiloto" che sapeva di dover morire presto, e voleva tuttavia afferrare il suo destino con una giusta dose giornaliera di allegria, perchè in lei era innato, questo amore freschissimo per la vita, ad ogni costo, anche fra le corsie d'ospedale, fra esami e cure dolorose. E Giovanni. E Mario.Le mie sere e notti a digitare la vita con loro, sapendo che nelle pieghe del bracciolo sinistro del divano di pelle (dove io sono seduta quando scrivo al computer) si trovava nascosto un pacchetto intero di kleenex, perchè non si poteva mai sapere quale pezzo di vita avremmo condiviso in quei lunghi momenti di cavernosa ricerca di noi. E qualche volta l'amico Oracolo I King a portata di mano, per permettere all'amico lontano di consultarlo per una decisione importantissima e difficile da scovare dentro di lui. E tanto affetto, tanto tantissimo e profondissimo affetto.

Tutti pezzi preziosissimi della mia biografia personale.

E se qualcuno fra questi cari amici ci lascia, ti rimane lo schermo vuoto, e di là da questo...il silenzio. O poco, pochissimo brusìo. E scopri di essere, tu amica "solo virtuale", così tanto rimasta fuori dal loro mondo fisico , che puoi persino misurare il tuo valore "reale" nel rango gerarchico che ti viene affidato al momento della distrubuzione delle informazioni sulla persona cara che non potrai mai più sentire. E magari assistere ad un balletto invisibile di ahhaha io lo so, (par di sentirla....) e tu no, io lo so dove è sepolto tu non lo sai. Io no, infatti. Io non lo so dove è sepolto Mario, questo nome che giustifica il gonfiore costante delle mie palpebre in questi giorni, e a questo punto  sono io che chiedo che non me lo si dica. Lo sto affidando, questo caro amico ora morto, ad una stella che appare ogni tanto luminosissima sopra le mie montagne. (che sia Venere? Perchè no, il pianeta dell'amore) Ma non mi si venga a dire che non c'è -anche-un po' di disumanità, in queste faccende di amicizie virtuali.

 

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sabato, 13 dicembre 2008

È così quando muore (basta sinonimi....) una persona che ti è cara, dalla quale hai ricevuto tanto. Ti chiedi dov'è dov'è dov'è adesso, dov'è??????

E dover sopportare di non avere risposte, e doversi accontentare del pianto, perchè è quanto puoi fare per permettere al tuo corpo di sentirsi tutt'uno con l'anima, che si sente frantumata.

Se il mondo fosse soltanto materia, quella fine sarebbe soltanto una fine, nient'altro che la fine di una vita. Ma non siamo solo materia, e abbiamo abbastanza intelligenza per capire che non ci basterebbe mai nemmeno la somma di tante inelligenze eccezionali, per comprendere  tutto il mistero che avvolge il nostro mondo sensibile. Non illudiamoci allora di  anche soltanto immaginare il mondo che aspetta le vite che hanno compiuto il loro passaggio qui con noi.  Ma senza sapere, e senza immaginare, cos' altro abbiamo per darci una risposta che sia almeno un po' consolatoria?

Mario mi manca, e la sola cosa che posso sperare (oltre alla promessa serissima che ci siamo fatti e che indubbiamente manterrà ),  è che il suo spirito sia rimasto vicino a noi, non importa in quale forma,  mi basta sapere che dopo il lungo tempo delle lacrime (destinato anch'esso a finire, è la vita che lo vuole....), io potrò pensare a lui serenamente, e immagino che sarà come sentirmi accanto ad uno spirito che mi è e mi sarà per sempre immensamente caro, e mi darà ancora consigli, e mi ascolterà e mi parlerà. E sorriderò e riderò pensando di farlo con lui. Con il mio grande, incredibile amico Mario.

Ma adesso tutto questo non c'è, i miei occhi vedono soltanto il vuoto e la mia mente si rifiuta di pensare oltre. Il dolore oggi non lo sa che il tempo lentamente si muove.  Non ci crede neanche un po'.

Ma se la mia tristezza può raggiungere una così oscura profondità, in quale abisso può trovarsi, in questo preciso momento Mariano, che lo ha amato come sa amare un padre? Il tempo, o l'infinito, o forse Dio, ha però pietà di chi sa accettare il destino di dover entrare negli abissi più oscuri e spaventevoli, e sa donargli dolcemente,  anche se una sola piccola goccia al giorno, la forza di ritornare alla bellezza della vita.

È il mio augurio a Lei, mio caro Signor Mariano. Con il mio abbraccio e con le mie lacrime, che hanno accompagnato parola per parola questo breve scritto.

Mirella

 

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lunedì, 17 novembre 2008

riflesso pulito di Monique Leone

Affinché questo uomo non sia solo a remare, e non s'allontani troppo. Perchè aspetto il suo ritorno.

Vai all immagine a grandezza naturale

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martedì, 14 ottobre 2008

Solo un'immagine, per tornare qui, da sola, in questo blog solitario  a ripensare ad un amico di nome Giovanni.

Tevere

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martedì, 07 ottobre 2008

Leggo da Roberto Carnesalli un articolo di Furio Colombo.

Marcegaglia e le altre

Furio Colombo


Marcegaglia, la signora che presiede l’Associazione degli industriali italiani, è una dirigente inflessibile. Fra poche ore potrebbe crollare la finanza del mondo ma lei non si distrae, tiene lo sguardo fisso sul punto «nuovo modo di rinnovare i contratti da lavoro in Italia per sbloccare lo sviluppo del Paese». La missione sembra piccola rispetto agli enormi problemi del momento. In realtà, così come lo vuole con perizia strategica il grosso dei suoi associati, porta l’Italia a fare, sia pure con deplorevole ritardo, ciò che è avvenuto in America ai tempi di Reagan: isolare il lavoro dipendente, umiliare i sindacati con il progetto di accantonarli, o di cooptarli con la strategia del «merito», della «produttività», della «competitività».

Ma in tutti questi bei progetti chi lavora con rischio e fatica, non c’entra niente, non può farci niente. Niente di tutto ciò dipende dai singoli lavoratori o da tutta la mano d’opera di un impresa. Però le tre parole, nate e poi risuscitate in America dalla celebre «scuola di Chicago» (il grande consigliere economico di Pinochet) e cresciute col reaganismo, suonano «moderne», fanno strage di consensi anche a sinistra (quante tesine vi hanno dedicato i giovani rampanti del Pd) e sono diventate luoghi comuni sia del liberismo che del riformismo in cerca di buona reputazione.

Ho letto della appassionata difesa del lavoro da parte di Epifani, il più competente e il meno populista, dunque il più moderno leader sindacale, in Italia, oggi (l’Unità, 3 ottobre). Infatti non subisce il fascino di parole vuote per il lavoro, che in America hanno portato all’iperfinanziarizzazione delle aziende e al crollo che adesso lascia tutti col cuore in gola. Tutti, salvo Marcegaglia e Berlusconi.

Berlusconi ha di fronte la montagna sconosciuta di detriti finanziari del mondo, non si sa quanti salvabili e quanti marci, non si sa quanti italiani e quanto importanti o, al contrario, quanti di questi debiti inesigibili siano, con discrezione non notata, diventati italiani e quanta Lehman Brothers ci sia nella filiale sotto casa, dove il direttore simpatico e rampante accostava il risparmiatore col gruzzoletto per fare proposte «interessanti». Berlusconi punta il dito come faceva a Napoli di fronte alla spazzatura e proclama: «tranquilli, ci penso io». Fa credere che anche per i prodotti tossici della finanza ci sarà un Castel Volturno, con i suoi italiani disperati e con i suoi immigrati disperati, disposti a lasciarsi portare in casa quest’altra spazzatura da nascondere.

Quanto alla Marcegaglia, donna giovane e non incolta, ci aspettavamo un soprassalto. Ovvero, per la prima volta in Confindustria, poteva accadere che finalmente qualcuno, magari perché donna, venisse avanti con le due cose che non sono state mai fatte: dire che cosa l’associazione degli imprenditori può fare per il Paese, invece di chiedere continuamente al Paese che cosa può fare, anzi deve fare per gli imprenditori.

E capire e dire ai propri consociati che la vecchia sceneggiata, comunisti cattivi contro liberisti buoni, Peppone contro Don Camillo è davvero finita, che l’incubo della finanziarizzazione tossica riporta attenzione e prestigio intorno all’impresa. Quell’incubo dice che - invece che mettersi in mano alle banche - è meglio lavorare, produrre, esportare. Ma per farlo ci vuole ricerca (qualcosa che nessuno fa e nessuno promette di fare in Italia) e un idea del tempo e del mondo. E ci vogliono lavoratori, ma non come fannulloni da rimettere al loro posto di ubbidienti subordinati che costano sempre troppo.

Chi «fa impresa» come si dice ai convegni di Confindustria con un tono ispirato, quasi religioso, come se si trattasse di prendere i voti, chi «fa impresa» sa che l’impresa è fatta di buon lavoro. Sa anche che il buon lavoro comincia come e dove l’azienda si identifica, quando si esprime con i suoi leader, nel modo in cui sa scegliere i suoi dirigenti. E sa che non è il conteggio dei minuti per andare in bagno dei dipendenti che assicura il buon lavoro ma un clima di lealtà reciproca che tiene conto del resto del mondo: quanto costa il lavoro a me imprenditore; quanto costa un minimo di dignità della vita a te che lavori.

Questa strada c’era, ed era modernissima, ai tempi di Adriano Olivetti in Italia, nelle imprese di David Rockefeller in America, dove ogni persona era una persona dall’inizio del lavoro fino ai livelli manageriali. Adesso, in questa Italia in ritardo, prevale il modello Thatcher-Reagan che era già vecchio e fallito, quando è stato riesumato dal prima della Depressione del 1929 e che, infatti, ci sta portando a un’altra depressione: distanza, diffidenza, delusione, sospetto, solitudine, tutte condizioni pessime per costruire il futuro del lavoro e dunque delle imprese.

Marcegaglia sta dicendo che preferisce che i lavoratori si presentino ad uno ad uno, per fare contratti legati al merito, alla produttività, cui segue l’eterna invocazione «per tornare a essere competitivi». Ma perché fingere di non sapere che la competitività d’impresa dipende dall’impresa, perché dipende dalla guida, dal realismo ma anche dalla visione; che la produttività è il compito e il capolavoro del manager, perché è il frutto della buona organizzazione; che il merito si misura soltanto dove si vede, ovvero se chi lavora è messo nelle condizioni psicologicamente sicure e fisicamente protette in cui può dare e mostrare (mostrare a chi? si potrebbe chiedere oggi) il meglio delle proprie capacità. Qualcuno vuole il meglio da un precario, oppure soltanto un tot di ore e un tot intercambiabile di fatica?

Ho fatto parte della vita aziendale del tipo rappresentato dalla Marcegaglia. E so che l’imprenditore si presenta a qualunque tavolo scortato da buoni avvocati, esperti fiscalisti, e dai più abili esecutori di tagli sui salari, di solito camuffati con il gentile titolo di responsabili delle risorse umane.

Il lavoratore invece - ci dice la Marcegaglia - deve presentarsi da solo e togliere di mezzo i sindacati. Che mercato è? Un simile squilibrio non ha mai generato civiltà. Questo sta dicendo Epifani. Quando insiste e tiene duro, non boicotta l’impresa. Propone il lavoro dignitoso, psicologicamente alla pari, che è parte essenziale dell’impresa.

* * *

Ma ecco che arriva sulla scena l’altra nuova dirigente di Confindustria, Federica Guidi, figlia di, Presidente dei Giovani imprenditori. Lei ha una visione del mondo. Ma lo vede da una prospettiva retrò in cui però invoca il retrò come futuro. Strano per una donna giovane, passata per buone scuole. Ma ecco quello che ha da dire, mentre i giovani industriali, tutti figli di anziani e robusti imprenditori della precedente generazione, si preparano, come i loro papà, a far festa al governo, a Berlusconi, a Tremonti, nel loro convegno di Capri. «Qui c’è qualcuno che continua a guardare al vecchio, che resta ancorato a schemi ormai passati, che nemmeno adesso, nel mezzo del crac finanziario che sta mettendo a dura prova il mondo, si rende conto di come quegli schemi siano del tutto inadeguati ad affrontare cambiamenti rapidissimi e a volte drammatici». (Corriere della Sera, 2 ottobre).

Santo cielo, ma davvero Federica Guidi pensa che Lehman Brothers, la banca che lo scorso Natale aveva pagato ai suoi top manager “bonus” (premi individuali) tra i cento e i duecento milioni di dollari, sia inciampata e caduta e scomparsa a causa della irresponsabile resistenza del sindacato dei fattorini e dei ragazzi che distribuiscono la posta ai piani bassi dell’azienda?

Non le ha raccontato nessuno che, nel Paese di Reagan e dei due Bush, una volta spezzato, troncato e poi gradatamente escluso da ogni partecipazione il sindacato, una volta reso il lavoro e anche la manodopera più specializzata una variabile di mercato di ultimo livello, un po' sotto la scelta e l’acquisto del materiale da ufficio, moltissime aziende si sono trasformate, come New Orleans, in avamposti abbandonati a raid, accorpamenti, merger, svendite delle divisioni più remunerative e preziose, perdita deliberata di personale specializzato, mentre calava l’originalità e desiderabilità dei prodotti, diminuivano le esportazioni e dalle finestre senza vetri dei piani alti passava il vento di uragani finanziari che si sta portando via l’intero management americano di generali senza esercito?

Dice ancora al Corriere la Guidi: «Persino in momenti di crescita l’Italia rimane ferma al palo». Quando, dove, quale azienda è stata bloccata dagli operai (che in Italia muoiono anche in tre al giorno, mentre lavorano, lavorano, lavorano di giorno e di notte)? Quando nell’Italia della Thyssen-Krupp (al processo i sindacati sono stati autorizzati dal giudice a costituirsi parte civile)? Quando, in questo Paese, prima di questa crisi mondiale che non ha niente di sindacale, un’azienda è rimasta al palo per colpa dei lavoratori, invece che per la responsabilità di un pessimo management?

Possibile che la giovane Guidi, Presidente dei Giovani imprenditori, non si sia accorta di suo, o non sia stata avvertita dai colleghi che stanno appena arrivando, come lei, a sostituire i padri (c’è da essere orgogliosi: sono tutti al convegno di Capri invece che al “Billionaire“) che la Fiat ha avuto una buona ripresa, che ha fatto notizia nel mondo, non per avere finalmente umiliato il lavoro, ma per avere ritrovato un management adeguato, nuovi progetti, nuovi modelli, nuovi modi di vendere?

Prendiamone atto al momento di riflettere sulle relazioni industriali: non è stata la «forte spinta» invocata dalla giovane Guidi (parola codice che significa mano dura sul sindacato) a far tornare in prima fila la Fiat. E’ stato il buon lavoro organizzato bene. Non c’è niente di più moderno che riconoscerlo. Non c’è niente di più vecchio che dare la colpa ai soldati, come facevano, ad ogni sconfitta i generali sabaudi, nella Prima Guerra mondiale.

Quasi nelle stesse ore si fa avanti Barbara Berlusconi, neolaureanda in filosofia, giovanissimo membro del consiglio di amministrazione di Fininvest. Partecipa, insieme alla madre Veronica, a un convegno sull’etica dell’impresa organizzato dai ragazzi di «Milano young», figli che esistono in nome del padre, come sempre in Italia e quasi solo in Italia. Dice Barbara Berlusconi che «Fininvest ha una struttura etica», ed è bello sentirglielo dire di una azienda fondata da e con Marcello Dell’Utri. Dice di avere imparato dal padre «il rispetto per gli altri e l’importanza di non ledere la libertà altrui». Non è il primo caso di padri affettuosi che in casa dicono una cosa e fuori gli scappa di dire che i giudici del proprio Paese o sono mentecatti o sono un cancro, e, in ogni caso, «dovranno presentarsi col cappello in mano». Sarebbe ingiusto giudicare gli affetti. Ma di nuovo si vede che cosa questi padri non hanno insegnato ai figli, persino i padri migliori di Berlusconi. Non gli hanno insegnato che un’azienda non è solo proprietà e dirigenti, altrimenti, sei i piani alti continuano a dare “bonus” a se stessi e a guardare giù con l’irritazione di Federica Guidi, ogni impresa sarà Lehman Brothers. Spiacerà a tutte queste signore, ma ha ragione Epifani: un’impresa è il lavoro.

furiocolombo@unita.it
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venerdì, 22 agosto 2008
 

premessa: le immagini non c'entrano, non sono riuscita a cancellarle.

INGREDIENTI (per  8-10 persone)

150 g zucchero
200 g cioccolato fondente (nera)
250 g burro
8 uova
250 g mandorle o nocciole macinate 

piastra da forno rettangolare (quella che si usa di solito per la torta di mele)

 


PREPARAZIONE


1- Accendere il forno a 180°; far bollire un litro d' acqua (poi si capirà perchè..)


2- Montare il burro (morbido) con lo zucchero

2a versare l'acqua BOLLENTE sopra i pezzettoni di cioccolata nera che avrete messo in un recipiente, far sì che tutta la cioccolata sia coperta dall'acqua. metterci un coperchio sopra e lasciarla in disparte mentre si procede al punto 3 

3- aggiungere i tuorli uno alla volta.

4-aggiungere le nocciole

5-versare nel composto la cioccolata fusa (naturalmente separata dall'acqua che sarà fatta scorrere nel lavandino stando attenti a non lasciare che ci finisca dentro il cioccolato che nel frattempo si è sciolto)

6-montare a neve fermissima gli albumi, poi versarli delicatamente nel composto

7-versare il tutto delicatamente nella teglia precedentemente imburrata (o ricoperta dalla carta da forno) Lo spessore dovrà essere di circa due cm

 

infornare per 20minuti a 180 gradi

appena sfornata la torta è da tagliare subito in quandrati o rettangoli di ca 5x4 cm. Lasciare che si raffreddi prima di disporla su un piatto grande ed eventualmente spolverarla con pochissimo zucchero al velo.

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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lunedì, 19 maggio 2008

 

LETTERA DI ETTORE MASINA, maggio 08

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

Il Papa, tutto questo, non lo sa.  Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz,  con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri  dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere  meno sensibile ai  provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.

Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti  degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi  finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?

Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.

Cristo si è fermato in piazza  San Pietro?

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E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?

Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato  dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un  peso tanto grande  sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è in paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.

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Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo  tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di  una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo  rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei  discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.

Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma,  e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere.

Il carcere come unico apprendistato?

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Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità.

Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante  disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una  prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?

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La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di  Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.

Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”.

Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.

Ettore Masina

www.ettoremasina.it

 

 

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martedì, 22 aprile 2008
maschera di sciamano
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martedì, 07 novembre 2006

(L'Unità del 5 novembre 2006)

Editori e giornalisti di Furio Colombo

(..)

Ci sono giornalisti che fanno finta di non vedere, perché stanno percorrendo una loro strada diversa (per esempio «il quotidiano di proprietà dei giornalisti»). Tutto giusto, se questo fosse una normale, antipatica, difficile disputa economica, quanti soldi in più per questo o per quello. Ma questa non è affatto una disputa economica. La questione che stanno ponendo gli editori italiani - o almeno chi li guida - è molto più seria e radicale, e dovrebbe riguardare tutti coloro che sono coinvolti in questo mestiere, se non altro come cittadini. Dovrebbe riguardare (se ci fossimo spiegati e ci fossimo fatti capire) tutta l'opinione pubblica. La questione è questa: con l'immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c'è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile.

Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile, simile a quella delle fabbriche elettroniche, in cui conta più l'agilità delle dita che la qualità della testa (anzi, conta solo l'agilità delle dita). E dunque del "giornalista professionista" - come noi amiamo pomposamente definirci - non si sente più alcun bisogno; e tanto vale usare questa battaglia contrattuale per dirlo adesso e concludere un capitolo durato fin troppo a lungo nella storia dell'editoria. *** Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c'è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete. Quanto a editoriali, corsivi e commenti, bastano e avanzano piccoli gruppi di punta affini alla proprietà. E il ricco mercato di voci disponibili nelle professioni umanistiche, economiche, scientifiche. Il mercato (la domanda) individua, seleziona, premia quelle voci. E dunque si forma abbastanza rapidamente un serbatoio sicuro al quale attingere.

(..)  La funzione "terza" del giornalismo non interessa più. Meno che mai il prendere posizione, sia pure argomentato e provato, di giornalisti competenti, a mano a mano che le varie materie del contendere fra opinione pubblica e governo arrivano sui tavoli del dibattito pubblico. In questo caso, anzi, il giornalista già legato da un rapporto di fiducia con i lettori è una palla al piede, se per caso dissente dall'editore. E non puoi neanche immaginare un equipaggio fisso di bravi e competenti e noti giornalisti, disposti a seguire quell'editore in tutte le sue battaglie. Perché quelle battaglie possono durare un anno o un giorno, possono svanire con un accordo di cui non sappiamo nulla, possono continuare, ostinate, per un periodo protratto che chiederà interventi pesanti e ripetuti.

Vorrei a questo punto che i lettori si rendessero conto di due aspetti di questo scontro violento e difficile che sto descrivendo fra coloro che chiamerò "gli editori di adesso" e coloro che mi sembra giusto definire "i giornalisti di una volta", ovvero coloro che si erano abituati a seguire il percorso della loro competenza e della loro esperienza. V

orrei anche che questo modo di descrivere le cose non sembrasse una celebrazione. È un fatto, però, che gli spazi hanno cominciato a restringersi drasticamente a seguito di una serie di movimenti sismici in tutta l'area della notizia. Interessi vasti e importanti si sono spostati verso i punti caldi dell'editoria. I punti caldi dell'editoria si sono addossati al potere economico. Il potere economico a volte è, a volte non è, un governo o tutto un governo. Ma chiede di essere rappresentato in modo vigoroso e istantaneo. Come se non bastasse, in alcune parti del mondo (prima di tutto in Italia) vi è stata un'aperta invasione di campo da parte di un'immensa ricchezza direttamente nell'area delle notizie, con l'effetto di impastare insieme un impero finanziario, un impero mediatico e uno schieramento politico. Però, per una volta, non è del conflitto di interessi di Berlusconi che intendo parlare - anche se, come molti, mi rendo conto del colpo che Berlusconi ha inferto alla già debole e delicata struttura del rapporto fra potere economico, editoria e giornalismo. Intendo prestare attenzione al problema in generale. Quel problema non nasce in Italia. Ricordo, al tempo in cui insegnavo giornalismo alla Columbia University (negli anni Novanta), la mia meraviglia quando ho appreso dell'esistenza di un «Comitato per la difesa dei giornalisti». Quel Comitato era coinvolto in molte situazioni drammatiche (l'arresto immotivato di un giornalista in un Paese, la scomparsa improvvisa di un giornalista in un altro). La base dell'esistenza del Comitato, però, si fondava su una definizione di rispetto e autonomia della professione, sulla realistica accettazione della qualità fastidiosa del mestiere, e sulla necessità di un monitoraggio continuo, più per garanzia del principio che per necessità urgente di intervento. In pochi anni la situazione è cambiata. L'assassinio di Anna Poliktovskaja a Mosca ci ha indignati, ma non ci ha sorpresi, tanto più che, nella sola Mosca, due altri giornalisti sono stati assassinati in due settimane.

La Poliktovskaja aveva scoperto, descritto e documentato i delitti e le stragi delle truppe di Putin in Cecenia. Evidentemente anche gli altri - quelli uccisi prima, quelli ucciso dopo di lei - si sono scontrati con zone di potere che non hanno alcuna intenzione di subire il disturbo delle informazioni. È stato il destino di Antonio Russo, di Ilaria Alpi, un destino preceduto dalla scomparsa di coraggiosi giornalisti italiani in Sicilia. La differenza tremenda è che giornalisti come De Mauro e Fava sono stati vittime del potere perverso e avverso della mafia. Adesso invece la perversione di eliminare i giornalisti viene dal centro di un potere riverito e ammirato dagli altri poteri del mondo.

(..) Come spesso accade, il percorso italiano sembra essere meno drammatico. Si chiede solo meno professionismo (l'età si porterà via un bel po' di persone scomode, che insistono sui questa storia dei doveri morali della professione) e più precariato, un bel rimescolamento di carte, con tanti ragazzi e ragazze a ore che tagliano e incollano, o vanno in onda disinvolti e gradevoli a leggere strisce di notizie preparate da poche agenzie del mondo. Completate la scena con la gestione accorta delle voci autorevoli raccolte su piazza (le voci degli editorialisti e dei commentatori) da cui, di volta in volta, si può ottenere tutto e il contrario di tutto, considerato che sempre meno gente ha fatto la Resistenza e sempre meno gente la mette giù dura con i principi irrinunciabili della Costituzione. Dubito - ma lo ha già detto chiaro il direttore di questo giornale - che si possa continuare a difendere il giornalismo con più scioperi.

Il dramma si è già consumato prima, quando tanti colleghi, negli anni di Berlusconi, si sono sforzati di non sapere, di non vedere, di non criticare.

Vi ricordo, per tutti, il giorno triste in cui un bravo e serio conduttore di un apprezzato e apprezzabile programma Rai mi ha invitato fra i suoi ospiti. In quell'occasione ho detto che «Berlusconi è una barzelletta che cammina», modesta affermazione polemica, assai più mite di ciò che ogni giorno Maureen Dowd o Paul Krugman scrivono di Bush sul New York Times. Vi ricordo che il bravo e serio conduttore della televisione di stato ha chiesto scusa ai telespettatori per la mia affermazione, come se si fosse trattato di una bestemmia.

(..) manchiamo tutti. Non sarebbe meglio ripensare al destino della libertà di stampa? Riusciremo a salvarla, mentre essa si deteriora quasi ovunque? Per quanto riguarda i giornalisti, tutto ciò che resta del futuro comincia da queste domande. O finisce qui.

Furiocolombo@unita.it

postato da: ALTRELETTURE alle ore 18:53 | Permalink | commenti (3)
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